SCUSAMI…ma mi vesto di MOCCIA

FRESCA FRESCA LA RECENSIONE DI “TRE METRI SOPRA AL CIELO” INVIATA a ladisoccupazioneingegna@gmail.com da FRANCESCA che ha avuto l’onore di leggere MOCCIA.

Fenomenologia di Moccia: Babi, Step e Winnie The Pooh.

Ero ancora una piccola ed indifesa ginnasiale quando un’amica che in fondo non mi conosceva tanto bene ma che aveva le migliori intenzioni del mondo, mi regalò “Tre metri sopra il cielo”. Era il fenomeno editoriale dell’epoca, i lucchetti a Ponte Milvio spuntavano come funghi e il sindaco di Roma credo fosse ancora Walter Veltroni, che poi sarebbe diventato scrittore per disintossicarsi dalla responsabilità di aver tanto amato la cultura a Roma, proprio mentre Moccia diventava vessillo della letteratura locale.

Nel momento in cui la mia amica mi porse il pacchettino contenente il malefico oggetto con in copertina uno sbarbatello Riccardo Scamarcio e una ragazza di cui tutt’ora ignoro il nome, il “g-g-grazie” faticò non poco ad uscire dalle mie corde vocali. Ovviamente non do la colpa a lei, bensì all’editore Feltrinelli che diede al Federico con la voce più sexy del pianeta la sciagurata opportunità di essere pubblicato.
Inutile fare il punto sulla trama: prima di tutto perché la conoscete tutti, in secondo luogo perché la mia memoria a lungo termine l’ha fortunatamente rimossa per lasciare spazio ad Anna Karenina e ad un paio di nozioni di anatomia umana. Troppo si è scritto e troppo si è detto sul “fenomeno Moccia”: simbolo della decadenza culturale giovanile in Italia, testimonianza della discesa libera dei contenuti letterari, prova inconfutabile dell’annichilimento della civiltà moderna.

I vari Paolo Crepet, Maria Rita Parsi, Raffaele Morelli sono stati interpellati sulla questione a Porta a Porta da Vespa che aveva in studio il plastico della corsa in moto in cui muore Pollo. Anche Francesco Bruno e Roberta Bruzzone hanno detto la loro, che non si è ben capita: uno è un noto criminologo ventriloquo e l’altra ha le labbra troppo gonfie per poter ben articolare le parole.
Comunque, sostanzialmente, siamo qui a parlare per pura invidia. Chiunque vorrebbe fare una barca di soldi elencando nei suoi libri canzoni di Nek e di Eros Ramazzotti e marche di pantaloni come Sasch o Fornarina, scrivendo che “E siamo lì, in alto, irraggiungibile, lì dove solo gli innamorati arrivano… io e te, tre metri sopra il cielo.” o che “tutto capita per un motivo.”
Chi è che al liceo non sognava di poter scrivere un tema rendendolo letterario con l’espediente di inserire punti ovunque tra una parola e l’altra? Leopardi. Nacque. A Recanati. Una soleggiata mattina di giugno. Era il 1798. E Pollo era già sotto casa sua che lo aspettava sulla moto. Lo chiamava Jimmy. Ma Jimmy era nato per studiare. Sulle sue sudate carte. Mentre Pollo era nato per fumarsele, le carte.
Naturalmente, dopo quel Natale, il libro lo prestai volentieri a chi lo avrebbe apprezzato. Che me lo restituì raggiante ed entusiasta dicendomi che avrei dovuto leggerlo per forza, che era troppo bello, che faceva sognare. Quello era per me il periodo “Lucarelli, Blu Notte” e l’unico sogno che mi provocò il libro di Moccia fu quello di vedere i protagonisti impalati secondo la tecnica di Vlad III di Valacchia o fatti a pezzi da Jack lo Squartatore. “Hai il romanticismo sotto i piedi”, “Sei fredda come l’iceberg che affondò il Titanic”, “Finta intellettuale da quattro soldi”, furono alcune delle sentenze che mi furono sparate da chi realizzò che non mi piaceva Moccia.
Ma il mio non è pseudo intellettualismo, snobbismo e radical-chicchismo. E’ la pura incredulità di chi fatica a pensare che si possa chiamare “libro” un’accozzaglia di frasi e di dialoghi in stile Teletubbies: per provare la mia teoria anti Moccia non mi sono fermata a “Tre metri sopra il cielo”: qualche mese fa mi capitò tra le mani un corto di carta dal titolo “La bugia”. Autore: Federico Moccia. Non potevo non dare a Federico l’occasione di smentirmi, di farmi ricredere sul suo talento letterario.
Gli ingredienti per un buon racconto, in fondo, c’erano: lei, lui, una città lontana, l’altro. Un classico.
Ma già l’incipit non è dei migliori: “Odio e amo. Per esempio partire.”. Di una banalità sconcertante. Roba da far inorridire anche gli sceneggiatori di Topolino.
Se poi ci addentriamo ad analizzare i dialoghi e riflettiamo sul fatto che Moccia, oltre ad essere scrittore e sindaco e anche sceneggiatore e regista, beh, allora dire che lui è l’Anticristo della cultura mi sembra il minimo.
“Potrai sempre accendere la luce.”
“Sei tu la mia luce, ma te ne vai…”
E ancora:
“Dai sciocchina… […]”
“Ora sei tu lo sciocchino… […]”
Sciocchino??? Neanche Winnie The Pooh chiama così Tigro! Non oso insinuare che si debba usare un linguaggio pulp stile Tarantino, o Ammaniti tanto per restare nei confini locali, ma neanche dialoghi stile Melevisione.

Abbiamo finora analizzato il Moccia scrittore, abbiamo sfiorato il Moccia regista ma non abbiamo ancora approfondito adeguatamente un terzo aspetto, un terzo volto di quest’uomo dal multiforme ingegno: Moccia autore televisivo. Era una gelida sera di febbraio, il pianeta Terra continuava a girare ancora su se stesso e intorno al Sole come sempre, ma in Italia tutti erano fermi davanti al televisore in attesa dell’evento dell’anno, il festival di Sanremo. Anche io, in quanto finta snob dichiarata, ero lì a lanciare occhiate al tubo catodico in attesa di sparare le mie sentenze e le mie critiche da perfetta incompetente. Eravamo ancora alla sigla, i credits del programma scorrevano in sovraimpressione, quando saltai letteralmente sulla sedia, sovra impressionata da quello che avevo letto: Federico Moccia era tra gli autori del programma. Superfluo aggiungere che fu uno dei Festival peggio scritti della storia della televisione italiana, quello dello “Stiamo uniti” ripetuto ad oltranza e senza una causa apparente. Centinaia di migliaia di euro per far dire a Gianni Morandi che dovevano stare uniti. Chi? Perché dovevano stare uniti? Le uniche cose che aveva un senso tenere unite quella sera erano le labbra di Elisabetta Canalis per evitare di farla parlare.IT
Quindi chi è Moccia, se non un genio del marketing? Un uomo che ha fatto della sua capacità di scrivere (intesa come mettere le parole una dietro l’altra, abilità che tutti abbiamo imparato alle Elementari) la sua miniera d’oro? Non importa quello che scrivi e come lo scrivi, importa che tu scriva qualcosa che spinga le tredicenni brufolose a sognare uno come Scamarcio, a piangere se uno sfigato che faceva le corse clandestine in moto prende male una curva e va al creatore, a credere che un lucchetto del Bricocenter sia romantico. Così ti ritrovi ricco, famoso, autore televisivo e sindaco. Come biasimarlo? Bisognerebbe solo inchinarsi a cotanto genio.
In conclusione, signor Moccia, non si stupisca se un giorno, lontanissimo, in uno di quei servizi commemorativi dei telegiornali sentirà dire: “Federico ci mancherai. Ora vola in cielo ad insegnare agli angeli come si scrivono le battute per Tonio Cartonio.” E non si stupisca se Tonio Cartonio si offenderà.

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CONSIGLIATO NO

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2 thoughts on “SCUSAMI…ma mi vesto di MOCCIA

  1. ahahahah sarà che odio Moccia anche io… ma definirlo l’Anticristo della cultura è fantastico!!! purtroppo, ce ne sono troppi come lui. Il problema radicale è che non bisogna saper scrivere, bisogna solo auto definirsi scrittori, e… si parteeeeeeeeeeee!!!

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